UCCELLI QUASI SENZA PAROLE


manifesto 27 uccelli - 70x100 - 15 lug 15 2000.27 agosto 2015
ore 21.30


di Mimmo Grasso e Massimo Maraviglia
scritto pensando a Uccelli di Aristofane
con Anna Bocchino, Clara Bocchino, Emanuele D’Errico, Giulia De Pascale, Michele Di Mauro, Michelangelo Esposito, Raimonda Maraviglia, Teresa Raiano, Dario Rea, Luca Serafino, Luigi Ventura
e con la partecipazione di Ettore Nigro

training Caterina Leone
assistenti alla regia Armida De Rosa, Chiara Paraggio

oggetti di scena Luca Serafino, Gennaro Schiano
con la consulenza di Ulrich Johannes Mueller
costumi Patrizia Visone
regista assistente Ettore Nigro

regia Massimo Maraviglia
Compagnia Asylum 2015


Proseguendo la linea di ricerca avviata da alcuni anni, Asylum Anteatro ai Vergini presenta la sua nuova produzione indipendente. Ispirata a una delle più famose commedie di Aristofane (Uccelli), Uccelli quasi senza parole è una riscrittura integrale in cui del testo drammaturgico originale si conserva anzitutto il motore narrativo e lo spirito tipico della commedia antica. Nel nuovo testo, Pistetero ed Evelpide divengono così Elpidio e Fortuna, una coppia di disoccupati che, vessati da debiti d’ogni sorta e perseguitati da ufficiali giudiziari, cercano un luogo in cui poter ricominciare una nuova vita, più semplice e serena di quella toccata loro fino a quel momento in sorte. Due “anime ammappuciate1” – come li chiamerà Pulcherna (o Pulcinella) incontrandoli nel loro cammino – che aspirano a diventare uccelli e con essi costruire un nuovo regno fatto di poche cose, di gentilezza, un poco di minestra e pace. Il loro desiderio sarà costantemente messo a dura prova dai personaggi della Vecchia città, quella dalla quale son fuggiti che giungono a visitare il Nuovo Regno cercando a tutti i costi d’istituire in esso le regole, le sanzioni, le vessazioni e i malcostumi tipici dei luoghi infelici. Elpidio e Fortuna, coadiuvati dagli uccelli, resistono e la loro resistenza fa di Cucùlia un posto in cui tutti desiderano andare ad abitare, un desiderio che dilaga in ogni Vecchia città e che in queste crea scompiglio e disordini, per cui Elpidio e Fortuna, rei d’ingenuità, saranno condannati alla peggiore delle pene: l’oblio. Ma se è vero che ogni storia non ha mai una fine, anche quella di Elpido e Fortuna, e pur nell’esito inglorioso di un momento, suggerisce ancora un’altra storia, che è quella di ogni utopia, irraggiungibile come l’orizzonte e indispensabile per continuare a vivere. Una commedia di sapore antico, coi tratti di una favola popolare (e qualche vago richiamo alla contemporaneità), fatta di sonorità, di lazzi, di improbabili grammelot. Un allestimento centrato sulla pura presenza attoriale e su pochi attrezzi di scena, su giochi di rapide trasformazioni, di piccole acrobazie verbali e non, per raccontare – ancora una volta – ciò che a parole non è dato raccontare.


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