Le voci di… Eduardo

minaitura 23 223 agosto 2016
ore 21.30


tratto da Le voci di dentro di Eduardo De Filippo
con Giovanni Gazzanni, Salvatore Mincione Guarino, Elio Musacchio, Gaia Rossi, Asia Franceschelli, Mattia Rodi, Augusto Di Primio
regia
Salvatore Mincione Guarino
produzione Teatro C.A.S.T.


Le voci di dentro. Una commedia umana, in cui ciascuno di noi può identificarsi e riconoscersi, una rappresentazione delle coscienze che brulicano sotterranee nel buio delle nostre vite. Nell’apparente tranquillità quotidiana serpeggiano sospetti e dubbi il cui unico testimone è rappresentato da Alberto Saporito, spettatore del degrado umano e della diffidenza che non risparmiano neppure il nucleo familiare. “Io mi vergogno di appartenere al genere umano” è l’espressione che sintetizza il percorso dell’uomo, tra sogno e realtà il cui confine è talmente labile da impedirne il discernimento. Rispetto alla commedia originale, in cui si dà ampio spazio agli eventi quotidiani che precedono lo sviluppo della vicenda, ho voluto, al contrario, aprire lo spettacolo con l’inizio del secondo atto. Gli attori vestono i panni dei diversi personaggi e lo fanno a vista, spogliando i manichini e vestendo di volta in volta i panni di questo o quel personaggio. Il ricorso a figure inanimate serve a sottolineare l’impossibilità dell’uomo a comunicare. Gli uomini diventano manichini in questo “gioco delle parti” dove non c’è più un confine definito tra il sogno e la realtà. La scelta registica è legata alla volontà di dare rilevanza scenica al personaggio di Zi’ Nicola, denuncia e incarnazione dell’incomunicabilità umana, simbolo del disagio relazionale e dell’incapacità di intendersi di pirandelliana memoria. L’uomo si muove su un altro livello rispetto agli altri personaggi (la sua collocazione fisica sulla scena sottolinea il suo distacco dalla realtà). Come spettatore privilegiato, osserva dall’alto le vicende umane e, a differenza della versione eduardiana, si rende visibile al pubblico, lume per la vita di Alberto e personaggio dal destino crudele: quello di “veder giusto”.